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IRI
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top
Lmwbg'mwbwIstituto per la Ricostruzione Industriale (in mwcaacronimo mwcqIRI) è stato un mwcgente pubblico economico mwcwitaliano, poi trasformato in mwdasocietà per azioni, con funzioni di mwdqpolitica industriale.
Istituito nel mwdw1933, durante il mweafascismo, grazie all'intuizione di mweqAlberto Beneduce, nel secondo mwegdopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e divenne il fulcro dell'mwewintervento pubblico nell'mwfaeconomia italiana. Nel 1980 l'IRI era un gruppo di circa mwfq1 000 società con più di mwfg500 000 dipendenti. È stata a suo tempo una delle più grandi aziende non petrolifere al di fuori degli mwfwStati Uniti d'America;cite-ref-1[1] nel 1992 chiudeva l'anno con mwha75 912 miliardi di mwhqlire di mwhgfatturato e mwhw5 182 miliardi di mwiaperdite.cite-ref-2[2] Ancora nel mwjq1993 l'IRI era il settimo mwjgconglomerato al mondo per dimensioni, con un fatturato di circa 67 miliardi di mwjwdollari.cite-ref-3[3]
Trasformato in mwlqsocietà per azioni nel mwlg1992, venne incorporato in mwlwFintecna dieci anni dopo.
Contents
• Storia
• Note
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Storia
Il "Consorzio Sovvenzioni"
La mwnqBanca d'Italia nel mwng1913, dopo aver dovuto effettuare il salvataggio di alcune imprese negli anni precedenti, durante la direzione di mwnwBonaldo Stringher decise di costituire un organo permanente destinato al finanziamento e risanamento delle imprese in crisi, il mwoamwoqConsorzio per sovvenzioni su valori industriali. L'ente, divenuto operativo nel 1915, era guidato dalla stessa Banca d'Italia e riuniva i mwogBanchi di Napoli e mwowSicilia, alcune mwpacasse di risparmio, il mwpqMonte dei Paschi di Siena e l'mwpgIstituto Bancario San Paolo di Torino.cite-ref-colajanni-4-0[4]
Dopo la mwraprima guerra mondiale ci fu una grave crisi dovuta alle difficoltà della riconversione dell'mwrqindustria bellica, sovradimensionata rispetto alla domanda in periodo di pace, che travolse anche le banche che avevano grossi interessi nelle stesse industrie. Nel mwrg1922, in seguito al crollo della mwrwBanca Italiana di Sconto, fu trasferita al mwsaConsorzio la partecipazione di controllo nell'mwsqAnsaldo detenuta dall'istituto fallito.cite-ref-colajanni-4-1[4].
Un anno dopo, il mwtwBanco di Roma, che era in crisi dal 1921, fu rilevato dalla mwuaSocietà Nazionale Mobiliare, controllata per il 26% dal mwuqConsorzio Sovvenzioni e per un altro 26% dalla mwugBanca Commerciale Italiana e dal mwuwCredito Italiano.cite-ref-colajanni-4-2[4]
L'"Istituto di Liquidazioni"
Nel mwwg1926 il Consorzio Sovvenzioni, che ormai deteneva partecipazioni in pianta stabile, fu trasformato in un istituto dotato di mwwwpersonalità giuridica, lmwxa'mwxqIstituto di Liquidazionicite-ref-colajanni-4-3[4].
Nel mwyw1930 la crisi di liquidità del Credito Italiano portò questa banca sull'orlo della bancarotta. Si rimediò innanzitutto con la mwzafusione del Credito con la Banca nazionale di credito (BNC), costituita per liquidare la mwzgBanca Italiana di Sconto. Nel 1931 le partecipazioni azionarie e i crediti a lungo termine dei due istituti riuniti confluirono in due finanziarie: le partecipazioni in società industriali nella mwzwmwaaSocietà Finanziaria Italiana (Sfi), mentre le partecipazioni immobiliari e le partecipazioni in aziende di pubblica utilità furono trasferite alla mwaqmwagSocietà Elettrofinanziaria. Queste due società detenevano anche le quote di controllo dello stesso Credito Italianocite-ref-5[5].
Nel mwca1931 l'intervento pubblico riguardò la mwcqBanca Commerciale Italiana che, di fronte alla crisi finanziaria del mwcg1929, aveva aumentato in modo preoccupante la propria esposizione verso il sistema industriale. Il crollo delle quotazioni azionarie richiese l'intervento statale, che si concretizzò in una complessa operazione: le partecipazioni azionarie della Comit nelle industrie furono trasferite alla mwcwmwdaSocietà Finanziaria Industriale Italiana (Sofindit), mentre le azioni della Comit sarebbero state conferite ad un'altra società, creata apposta, la mwdqComofin, a sua volta controllata dalla mwdgSofindit. Questa complessa operazione non fu, tuttavia, sufficiente e nel mwdw1932 la Commerciale era insolvente e avrebbe dovuto essere liquidatacite-ref-colajanni-4-4[4].
Nel pieno della crisi degli anni trenta la mwfqBanca d'Italia si trovava esposta verso l'Istituto di liquidazioni e verso le banche per oltre 7 miliardi, ovvero oltre il 50% del capitale circolante.
La costituzione durante il fascismo come ente provvisorio e la presidenza di Alberto Beneduce
La costituzione dell'IRI, avvenuta con regio decreto legge 23 gennaio 1933 n. 5, convertito in legge 3 maggio 1933, n. 512 - che subentró all'"Istituto di liquidazione" in tutti i suoi rapporti giuridici ed economici con contestuale soppressione dell'ente subentrato - fu patrocinata dal ministro delle finanze mwgqGuido Jung a mwggBenito Mussolini.cite-ref-6[6]. Il nuovo ente nacque con durata di vita temporanea con lo scopo prettamente di salvataggio delle banche e delle imprese loro connesse. Primo presidente, oltre che uno dei principali artefici della creazione dell'ente, fu mwhwAlberto Beneduce, mwiaeconomista di formazione socialista, che godeva della fiducia del capo del governo.
Il nuovo ente era formato da una "Sezione finanziamenti" e una "Sezione smobilizzi". Il nuovo istituto assorbì innanzitutto lmwjw'mwkaIstituto di Liquidazioni. Poi nel mwkq1934 l'IRI stipulò con le tre banche, Commerciale, Credito e Banco di Roma, tre distinte convenzioni con cui gli istituti di credito cedevano all'IRI le proprie partecipazioni industriali e i crediti verso le imprese, in cambio di liquidità, necessaria a proseguire l'attività bancaria. Conseguentemente furono trasferite all'IRI, e poi messe in liquidazione, la Sfi, la Società Elettrofinanziaria e la Sofinditcite-ref-colajanni-4-5[4].
Le partecipazioni furono infine trasferite all'IRI, la cui principale preoccupazione divenne rimborsare alla Banca d'Italia il capitale ricevuto per acquisire le finanziarie. Una volta trasferite le quote all'Istituto, questo avviò una propria campagna di mobilitazione del credito attraverso lo strumento delle obbligazioni industriali garantite dallo Stato. L'operazione fu l'applicazione in larga scala di quanto era già stato abbozzato con l'INA, ovvero l'organizzazione del piccolo risparmio che le banche, vincolate in legami a doppio filo con il sistema industriale, non riuscivano ad impiegare in reali processi di sviluppo.
In questo modo l'IRI, e quindi lo mwmaStato, smobilizzò le banche miste, diventando contemporaneamente proprietario di oltre il 20% dell'intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore mwmqimprenditore italiano con aziende come mwmgAnsaldo, mwmwTerni, mwnaIlva, mwnqSIP, mwngSME, mwnwAlfa Romeo, mwoaNavigazione Generale Italiana, mwoqLloyd Triestino di Navigazione, mwogCantieri Riuniti dell'Adriatico. Si trattava in effetti di grandi aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse pubbliche. Inoltre, l'IRI possedeva le tre maggiori banche italiane.
• la quasi totalità dell'industria degli armamenti
• i servizi di telecomunicazione di gran parte dell'Italia
• un'altissima quota della produzione di energia elettrica
• una notevole quota dell'industria siderurgica civile
• tra l'80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell'industria della navigazione
Nel complesso, con la costituzione dell'Iri il 21,49% del capitale delle società italiane esistenti al 31 dicembre 1934 era, direttamente o indirettamente, controllato dall'Istituto.cite-ref-8[8]
La stabilizzazione in ente permanente
Inizialmente era previsto che l'IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla dismissione delle attività così acquisite. Ciò in effetti avvenne con alcune imprese del settore elettrico (mwvaEdison e mwvqBastogi) e tessilecite-ref-colajanni-4-6[4], che furono cedute ai privati, ma nel 1937 il governo trasformò l'IRI in un ente pubblico permanente; in questo probabilmente influirono lo scopo di attuare l'mwwgautarchica propagandata dalla mwwwpolitica economica fascista tenere sotto controllo del governo le aziende navali ed aeronautiche, mentre era in corso la mwxaguerra d'Etiopia.
Per finanziare le sue aziende l'IRI emise negli anni trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L'IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche: l'Istituto sottoscriveva il capitale di società finanziarie (le "caposettore") che a loro volta possedevano il capitale delle società operative; così nel 1934 nacque la mwxgSTET, nel 1936 la mwxwFinmare, e nel 1937 la mwyaFinsider, poi nel dopoguerra mwyqFinmeccanica, mwygFincantieri e mwywFinelettrica.
Alberto Beneduce nel 1939 a causa di problemi di salute, dovuti a un mwzqictus che lo aveva colpito al ritorno da una riunione della mwzgBanca dei Regolamenti Internazionali a mwzwBasilea il 13 luglio 1936, lasciò la presidenza dell'ente a mw0aFrancesco Giordani.
Il ruolo nel secondo dopoguerra e nel miracolo economico italiano
Nel mw0wsecondo dopoguerra italiano la sopravvivenza dell'Istituto non era data per certa, essendo nato più come una soluzione provvisoria che con un orizzonte di lungo termine; di fatto però risultava difficile per lo Stato cedere ai privati aziende che richiedevano grandi investimenti e davano ritorni sul lunghissimo periodo, sicché l'IRI mantenne la struttura che aveva sotto il mw1afascismo.
Solo dopo il 1950 la funzione dell'Istituto fu meglio definita: una nuova spinta propulsiva per l'ente venne da mw1gOscar Sinigaglia, che con il suo piano per aumentare la capacità produttiva della mw1wsiderurgia italiana strinse un'alleanza con gli industriali privati; si venne così a creare un nuovo ruolo per l'IRI, cioè quello di sviluppare la grande industria di base e le infrastrutture necessarie al paese, non in "supplenza" dei privati ma in una tacita suddivisione dei compiti. Ne furono esempi lo sviluppo dell'industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell'mw2aAutostrada del Sole, iniziata nel mw2q1956.
Negli anni sessanta, mentre l'economia italiana cresceva ad alti ritmi, l'IRI era tra i protagonisti del "mw2wmiracolo economico italiano". Altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla "formula IRI" come ad un esempio positivo di intervento dello Stato dell'economia, migliore della semplice "nazionalizzazione" perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.
In molte società del gruppo il capitale era misto, in parte pubblico, in parte privato. Molte imprese del mw3qgruppo societario IRI rimasero quotate in borsa e le obbligazioni emesse dall'Istituto per finanziare le proprie imprese erano sottoscritte in massa dai risparmiatori.
Ai vertici dell'IRI si insediarono esponenti della mw3wDC come mw4aGiuseppe Petrilli, presidente dell'Istituto per quasi vent'anni (dal 1960 al 1979). Petrilli nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della "formula IRI"cite-ref-9[9]. Attraverso l'IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; significava che l'IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato "oneri impropri", cioè anche in investimenti antieconomicicite-ref-10[10].
Questa prassi, generalmente ritenuta connaturata all'esistenza stessa dell'IRI per il suo essere mw6gmw6wazienda pubblica, non era in realtà data per scontata al momento della sua creazione. La pratica amministrativa del suo fondatore, mw7aAlberto Beneduce, si fondava al contrario sull'assoluto rigore di bilancio e sulla limitazione delle assunzioni all'essenziale per garantire un funzionamento snello ed efficiente dell'organizzazionecite-ref-11[11]. Allo stesso modo, durante i primi anni di vita si scelse a livello gestionale di non procedere con operazioni di salvataggio, reali o camuffatecite-ref-12[12].
Critico verso la prassi assistenzialista, in linea quindi con la falsariga del modello beneduciano, fu il secondo Presidente della Repubblica Italiana, il liberista mw9gLuigi Einaudi, che ebbe a dire: «mw9wL'impresa pubblica, se non sia informata a criteri economici, tende al tipo dell'ospizio di carità».
Poiché gli obiettivi dello Stato erano sviluppare l'economia del Mezzogiorno e mantenere la piena occupazione, l'IRI doveva concentrare i propri investimenti nel mw-qSud ed incrementare l'occupazione nelle proprie imprese. La posizione di Petrilli rifletteva quelle già diffuse in alcune correnti della DC, che cercavano una "mw-gterza via" tra il mw-wliberismo ed il mw-acomunismo; il sistema misto delle imprese a partecipazione statale dell'IRI sembrava realizzare questo ibrido tra due sistemi agli antipodi.
Gli investimenti nel meridione d'Italia e gli interventi di salvataggio
L'IRI effettivamente poneva in essere grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell'mw-wItalsider di mwaqaTaranto e quella dell'mwaqeAlfaSud di mwaqiPomigliano d'Arco e di mwaqmPratola Serra; altri furono programmati senza mai essere realizzati, come il centro siderurgico di mwaqqGioia Tauro. Per evitare gravi crisi occupazionali, l'IRI venne spesso chiamato in soccorso di mwaquimprese e mwaqygruppi societari in difficoltà: ne sono esempi i "salvataggi" della mwaqcMotta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l'acquisizione di imprese del settore agroalimentare del mwaqggruppo Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell'ente.
I debiti e la crisi degli anni 1970
All'IRI vennero richiesti ingentissimi investimenti anche in periodi di crisi, quando i privati riducevano i loro investimenti. Lo Stato erogava i cosiddetti "fondi di dotazione" all'IRI, che poi li allocava alle sue caposettore sotto forma di capitale; tali fondi però non erano mai sufficienti per finanziare gli enormi investimenti e spesso venivano erogati con ritardo. L'Istituto e le sue aziende dovevano quindi finanziarsi con l'indebitamento bancario, che negli anni settanta crebbe a livelli vertiginosi: gli investimenti del gruppo IRI erano coperti da mezzi propri solo per il 14%; il caso più estremo era la mwaqsFinsider dove nel mwaqw1981 questo rapporto scendeva al 5%cite-ref-13[13]. Gli oneri finanziari portarono in rosso i conti dell'IRI e delle sue controllate: nel 1976 si verificò che tutte le aziende del settore pubblico chiusero in perditacite-ref-14[14]. In particolare, la siderurgia e la cantieristica riportarono perdite fino agli anni ottanta, così come erano pessimi i risultati economici dell'mwaruAlfa Romeo. La gestione anti-economica delle aziende IRI portò gli azionisti privati ad uscire progressivamente dal loro capitale. All'inizio degli anni ottanta i governi iniziarono un ripensamento sulla funzione e sulla gestione delle aziende pubbliche.
La presidenza di Romano Prodi e la ristrutturazione degli anni 1980
Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell'IRI a mwar0Romano Prodi. La nomina di un mwar4economista (seppur sempre politicamente di area democristiana, come il predecessore mwar8Pietro Sette) alla guida dell'IRI costituiva in effetti un segno di discontinuità rispetto al passato. La ristrutturazione dell'IRI durante la presidenza Prodi, per far fronte alla situazione debitoria, portò a:
• la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l'mwasiAlfa Romeo, privatizzata nel mwasm1986;
• la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
• lo scambio di alcune aziende tra mwasoSTET e mwassFinmeccanica;
• la tentata vendita della mwas0SME al gruppo mwas4CIR di mwas8Carlo De Benedetti, operazione che venne fortemente ostacolata dal governo di mwataBettino Craxi. Fu organizzata una cordata di imprese, comprendente anche mwateSilvio Berlusconi, che avanzarono un'offerta alternativa per bloccare la vendita. L'offerta non venne poi onorata per carenze finanziarie, ma intanto la vendita della SME sfumò. Prodi fu accusato di aver stabilito un prezzo troppo basso (mwativicenda SME).
Il risultato fu che nel 1987, per la prima volta da più di un decennio, l'IRI riportò il bilancio in utile, e di questo Prodi fece sempre un vanto, anche se a proposito di ciò mwatqEnrico Cuccia affermò:
«(Prodi) nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti.»
(S.Bocconi, I ricordi di Cuccia. E quella sfiducia sugli italiani, Corriere della Sera, 12 novembre 2007)
È comunque indubbio che in quegli anni l'IRI aveva cessato di crescere e di allargare il proprio campo di attività, come invece aveva fatto nel decennio precedente; intanto però la mwatcCommissione Europea, per garantire il principio della mwatglibera concorrenza, negli anni ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello Stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all'interno del gruppo IRI senza indire gara d'appalto europea. La mwatkricapitalizzazione delle aziende pubbliche e la garanzia dello Stato sui loro debiti furono da allora considerati mwatoaiuti di Stato, in contrasto con i principi su cui si basava la mwatsComunità Europea; l'Italia si trovò quindi nella necessità di riformare, secondo criteri di gestione più vicini a quelli delle imprese private, il suo settore pubblico, incentrato su IRI, mwatwEni ed mwat0EFIM.
Il trattato di Maastricht, l'accordo Andreatta-Van Miert e le privatizzazioni in Italia
Poco dopo la firma del mwauetrattato di Maastricht il mwauigoverno Amato I con decreto legge 11 luglio 1992, n. 333 - convertito in legge 08 agosto 1992, n. 359 trasformó l'IRI e altri mwaumenti pubblici economici interessati in mwauqsocietà per azioni. Nel luglio dell'anno successivo il commissario europeo alla Concorrenza mwauuKarel Van Miert contestò all'Italia la concessione di fondi pubblici all'EFIM, che non era più in grado di ripagare i propri debiti.
Per evitare una grave crisi d'insolvenza, Van Miert concluse, alla fine del 1993, con l'allora ministro degli Esteri mwaucBeniamino Andreatta un accordocite-ref-15[15], che consentiva allo Stato italiano di pagare i debiti dell'EFIM, ma a condizione dell'impegno incondizionato a stabilizzare i debiti di IRI, ENI ed mwauwEnel e poi a ridurli progressivamente ad un livello comparabile con quello delle aziende private entro il mwau01996. Per ridurre in modo così sostanzioso i debiti degli ex-enti pubblici, l'Italia non poteva che privatizzare gran parte delle aziende partecipate dall'IRI.
L'accordo Andreatta-Van Miert impresse una forte accelerazione alle mwau8privatizzazioni in Italia; nonostante alcuni pareri contrari, il mwavaMinistero del tesoro decise non di privatizzare l'IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata col primo governo Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall'accordo Andreatta-Van Miert, le dismissioni dell'IRI proseguirono comunque e l'Istituto aveva perso qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività e di avviarsi verso la liquidazione.
Tra il 1992 ed il 2000 l'IRI vendette partecipazioni e mwavqrami d'azienda, che determinarono un incasso per il Ministero del tesoro, suo unico azionista, di mwavu56 051 miliardi di lire, cui vanno aggiunti i debiti trasferiti.cite-ref-16[16] Hanno suscitato critiche le cessioni ai privati, tra le altre, di aziende in posizione pressoché monopolistica, come mwavoTelecom Italia ed mwavsAutostrade per l'Italia; cessioni che hanno garantito agli acquirenti posizioni di rendita.
Particolarmente critica fu la privatizzazione di mwav0Autostrade per l'Italia, decisa nel 1997 e completata due anni più tardi. Per liquidare il Ministero del tesoro, si rese necessario reperire sul mercato una somma compresa fra i 4.500 e i 5.000 miliardi lire, dei quali il 40% avrebbe dovuto provenire da un "nucleo stabile" di azionisti, formato da una ventina di realtà imprenditoriali e finanziarie. A capo del progetto iniziale di cordata erano mwav4Lazard, mwav8Generali, insieme alla banca mwawaRothschild.cite-ref-17[17]
La liquidazione e l'incorporazione in Fintecna
Le poche aziende (mwawcFinmeccanica, mwawgFincantieri, mwawkFintecna, mwawoAlitalia e mwawsRAI) rimaste in mano all'IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del mwawwMinistero del tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata "agenzia per lo sviluppo", il 27 giugno mwaw02000 l'IRI fu messo in liquidazione e nel mwaw42002 fu incorporato in mwaw8Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua ex controllata ha però versato al Tesoro un assegno di oltre 5000 miliardi di lire, dopo aver saldato ogni suo debito.
Natura giuridica ed organizzazione
Per la maggior parte della sua storia l'IRI è stato un mwaxiente pubblico economico dipendente funzionalmente dal mwaxmMinistero delle partecipazioni statali, che fino agli anni ottanta fu quasi ininterrottamente ricoperto da esponenti della mwaxqDC.
A capo dell'IRI vi erano un consiglio di amministrazione ed il mwaxycomitato di presidenza, formato dal presidente e da membri designati dai partiti di governo. Se il presidente dell'IRI fu sempre espressione della mwaxcDC, la vicepresidenza fu ricoperta da esponenti del mwaxgPRI come mwaxkBruno Visentini (dal 1953 al 1971), mwaxoPietro Armani (dal 1977 al 1991) e mwaxsRiccardo Gallo (dal 1991 al 1992, qui mwaxwdecreto di nomina), con un interregno del liberale mwax0Enzo Storoni (dal 1971 al 1977), a controbilanciare il peso dei cattolici con quello dei grandi imprenditori privati e laici. Le nomine ai vertici delle banche, delle finanziarie e delle maggiori aziende erano decise dal comitato di presidenza.
Dopo la trasformazione dell'IRI in mwax8società per azioni nel 1992, il consiglio d'amministrazione dell'Istituto fu ridotto a tre soli membri e l'influenza della DC e degli altri partiti, in un periodo in cui molti loro esponenti furono coinvolti nelle indagini di mwayaTangentopoli, fu di molto ridotta. Negli anni delle privatizzazioni, la gestione dell'IRI fu accentrata nelle mani del mwayeMinistero del tesoro.
Le partecipazioni detenute
Le partecipazioni dell'IRI erano strutturate in una serie di mwayqmwayuholding di settore, che a loro volta controllavano le società operative. La gestione di quote societarie rimaste nell'ambito delle partecipazioni statali anche dopo gli mwayyanni 1990 (principalmente in mwaycFinmeccanica e mwaygFincantieri) spetti alla mwaykFintecna, la quale assolverebbe quindi a una funzione parzialmente analoga a quella dell'IRI, di cui era nata come controllata.
L'elenco seguente segnala comunque anche le attività in seguito eventualmente tornate, in tutto o anche solo in parte, sotto controllo statale (tramite la già citata Fintecna, il mwaysMinistero dell'economia e delle finanze, mwaywCassa depositi e prestiti o mway0Invitalia), e quindi considerabili mway4imprese pubbliche.
Le principali aziende controllate dall'IRI sono state:
• mwazimwazmBanche di interesse nazionale
• mwazyBanca Commerciale Italiana (secondo maggior azionista: mwazcAssicurazioni Generali, mwazgParibas), privatizzata con mwazkOPA nel mwazo1994;
• mwazwCredito Italiano (secondo maggior azionista: mwaz0Alleanza Assicurazioni 5%), privatizzata con mwaz4OPA nel mwaz81993;
• mwaaeBanco di Roma (secondo maggior azionista: mwaaiToro Assicurazioni 10%, mwaamBanca Commerciale Italiana 5%), confluito nella mwaaqBanca di Roma nel mwaau1992.
• mwaacSiderurgia
• mwabuMeccanica
• mwabgFinmeccanica: 86,6%. Proprietaria fino al 1986 della casa automobilistica mwabkAlfa Romeo, ceduta poi alla FIAT, la Finmeccanica fu trasferita al mwaboMinistero dell'economia e delle finanze.
• mwabwCantieristica
• mwab8Fincantieri: 99,9%. La proprietà fu trasferita al mwacaMinistero dell'economia e delle finanze.
• mwaciCostruzioni
• mwacwTelecomunicazioni
• mwac8STET: 56,56%. Fusa nel 1997 con mwadaTelecom Italia, la cui proprietà fu trasferita al mwadeMinistero dell'economia e delle finanze e privatizzata nel 1997.
• mwadmTrasporto via mare
• mwadyFinmare: 99,88%. La proprietà del suo principale asset, mwadcTirrenia di Navigazione, fu inglobata in mwadgFintecna e trasferita al mwadkMinistero dell'economia e delle finanze; fu poi privatizzata nel mwado2008.
• mwadwTrasporto via cielo
• mwad8Alitalia 89,3%. La proprietà fu trasferita al mwaeaMinistero dell'economia e delle finanze, poi privatizzata nel mwaee2008; nel mwaei2021 ha cessato le attività e le è subentrata mwaemITA Airways, partecipata al 100% - dal 2025 al 59% - dal mwaeqMinistero dell'economia e delle finanze.cite-ref-19[19]
• mwaeoTrasporto via strada
• mwae0Autostrade S.p.A.. La proprietà fu trasferita al mwae4Ministero dell'economia e delle finanze, poi privatizzata nel mwae81999; dal mwafa2021 partecipata da mwafeCassa depositi e prestiti.cite-ref-20[20]
• mwafcAlimentare
• mwafoSME (secondo maggior azionista: mwafsMediobanca 4%), privatizzata "a pezzi" negli anni 1990 (vedi mwafwvicenda SME e mwaf0processo SME).
• mwaf8Teleradiodiffusione
• mwagiRAI 99,55%. La proprietà fu trasferita al mwagmMinistero dell'economia e delle finanze.
• mwaguAltro
• mwaggCofiri: 100%
• mwagoSofin: 100%
• mwagwSocietà per la Promozione e Sviluppo Industriale - SPI: 97,5%
• mwag4Aerhotel: Ceduta a Starwood Hotels & Resorts Worldwide Inc.
• mwahaBanco di Santo Spirito
Le "nuove IRI"
Nel linguaggio giornalistico italiano l'IRI è rimasto come paradigma della mano pubblica interventista nell'economia, che detiene partecipazioni in aziende senza troppi criteri imprenditoriali.cite-ref-21[21] Così enti statali come la mwahcCassa depositi e prestiti e mwahgInvitalia sono stati soprannominati "nuove IRI", con una certa connotazione negativa, a sottolinearne le finalità politiche e clientelari che tenderebbero, secondo i critici, a prevalere su quelle economiche.cite-ref-22[22]
Dati statistici
Andamento numero dipendenti 1938-1995:cite-ref-23[23]
| Anno | Dipendenti |
|---|---|
| 1938 | 201 577 |
| 1950 | 218 529 |
| 1960 | 256 967 |
| 1970 | 357 082 |
| 1980 | 556 659 |
| 1985 | 483 714 |
| 1995 | 263 000 |
Presidenti
• mwak4Alberto Beneduce (1933-1939)
• mwalaFrancesco Giordani (1939-1943)
• mwaliAlberto Asquini (1943-1944)
• mwalqVincenzo Tecchio (Commissario Alta Italia, 1944-1945)
• mwalyLeopoldo Piccardi (Commissario Alta Italia, 1944-1946)
• mwalgGiuseppe Paratore (1946-1947)
• Imbriani Longo (1947)
• Enrico Marchesano (1948-1950)
• Isidoro Bonini (1950-1955)
• mwal0Aldo Fascetti (1956-1960)
• mwal8Giuseppe Petrilli (1960-1979)
• mwamePietro Sette (1979-1982)
• mwammRomano Prodi (1982-1989)
• mwamuFranco Nobili (1989-1993)
• mwamcRomano Prodi (1993-1994)
• Michele Tedeschi (1994-1997)
• mwamoGian Maria Gros-Pietro (1997-1999)
• mwamwPiero Gnudi (1999-2002)
Note
cite-note-11. ↑ mwanm(mwanqmwanuEN) mwanymwancReference for Business, su mwangreferenceforbusiness.com.
cite-note-22. ↑ mwanwmwan0mwan4Archivio storico www.corriere.it, su mwan8archiviostorico.corriere.it.
cite-note-33. ↑ mwaomIstituto per la Ricostruzione Industriale, dal sito mwaoqin inglese.
cite-note-colajanni-44. ↑ Napoleone Colajanni, mwapqStoria della banca italiana, Roma, Newton Compton, 1995
cite-note-55. ↑ mwapgEnrico Berbenni, mwapkmwapoI processi dello sviluppo urbano. Gli investimenti immobiliari di Comit e Credit a Milano 1920-1950: Gli investimenti immobiliari di Comit e Credit a Milano 1920-1950, FrancoAngeli, 11 maggio 2010, mwapsISBNmwapw 978-88-568-2696-8. mwap4URL consultato il 14 gennaio 2023.
cite-note-66. ↑ mwaqimwaqmmwaqqDizionario biografico Treccani, su mwaqutreccani.it.
cite-note-77. ↑ Mimmo Franzinelli, Marco Magnani, mwaqkBeneduce, il finanziere di Mussolini, Mondadori 2009, pagg. 229-230
cite-note-88. ↑ Archivio Storico Iri, Sezione Finanziamenti, Relazione del consiglio di amministrazione sul bilancio al 31 dicembre 1934, citato in AA VV, mwaq0Storia dell'Iri (a cura di Valerio Castronovo), Editori Laterza, Roma-Bari, 2012, vol. 1, pag. 186
cite-note-99. ↑ Petrilli pubblicò un libro intitolato mwareLo stato imprenditore, Cappelli, Bologna 1967; citato da M. Pini, mwariI giorni dell'IRI, Arnoldo Mondadori, 2004, pag. 26 e bibliografia a pag. 298
cite-note-1010. ↑ M. Pini, mwaryI giorni dell'IRI, pag. 26
cite-note-1111. ↑ M. Franzinelli, M. Magnani, mwaroBeneduce, il finanziere di Mussolini, Mondadori 2009, pag. 239
cite-note-1212. ↑ ibidem, pagg. 230-31
cite-note-1313. ↑ M. Pini, mwaseI giorni dell'IRI, Mondadori, 2004, pag. 67
cite-note-1414. ↑ V. Castronovo, mwasuStoria dell'Industria italiana, Mondadori, 2003
cite-note-1515. ↑ mwaskmwasomwasseuropa.eu: press release IP-96-1197, su mwasweuropa.eu.
cite-note-1616. ↑ mwataMediobanca Ricerche e Studi,mwateLe privatizzazioni in Italia dal 1992, 2000
cite-note-1717. ↑ mwatuEnzo Cirillo, mwatymwatcAgip e rothschild entrano in autostrade, su mwatgricerca.repubblica.it, Roma, 23 gennaio 1997. mwatkURL consultato il 7 settembre 2019 mwato(mwatsarchiviato il 7 settembre 2019).
cite-note-1818. ↑ mwat8Paola Valentini, mwauamwaueL'Ilva diventa Acciaierie d'Italia, in mwauiMilano Finanza, 23 aprile 2021. mwaumURL consultato il 14 ottobre 2021.
cite-note-1919. ↑ mwaucmwaugmwaukAlitalia dà l'addio ai cieli, Ita pronta al decollo, in mwauoANSA, 14 ottobre 2021. mwausURL consultato il 14 ottobre 2021.
cite-note-2020. ↑ mwau8Fabio Savelli, mwavamwaveLe Autostrade tornano allo Stato a tre anni dal Ponte: sì di Atlantia a Cdp. Ai Benetton 2,4 miliardi, in mwaviCorriere della Sera, 31 maggio 2021. mwavmURL consultato il 31 maggio 2021.
cite-note-2121. ↑ mwavcmwavgDallo Stato-imprenditore allo Stato-stratega, Osservatorio Globalizzazione, 8 gennaio 2020
cite-note-2222. ↑ Si veda ad esempio il titolo del seguente articolo sulla Cassa depositi e prestiti: F.M. Mucciarelli, mwavwVerso una nuova IRImwav0 ?, dal sito mwav4
cite-note-2323. ↑ da P. Bianchi, mwawiLa rincorsa frenata-L'industria italiana dall'unità nazionale all'unificazione europea, Il Mulino, 2002
Bibliografia
• AA VV, mwawyStoria dell'IRI (a cura di mwawcValerio Castronovo), Editori Laterza, Roma-Bari, 2012 (6 volumi) mwawg mwawkArchiviato il 12 agosto 2017 in Internet Archive.
• Vera Lutz, mwawwItaly: A Study in Economic Development, mwaw0Oxford, Oxford University Press, 1962.
• mwaw8Pasquale Saraceno, mwaxaIl sistema delle imprese a partecipazione statale nell'esperienza italiana, mwaxeMilano, Giuffrè, 1975.
• Bruno Amorosomwaxm – O.J. Olsen, mwaxqLo stato imprenditore, mwaxuBari, Laterza, 1978.
• mwaxcMario Ferrari Aggradi, mwaxgOrigini e sviluppo dell'industria pubblica in Italia, in "Civitas", sett.-ott. 1982.
• mwaxoSabino Cassese, Gli «statuti» degli enti di mwaxsBeneduce, in “Storia contemporanea”, 1984, n. 5, pp. 941-946.
• mwax0Nico Perrone, mwax4Il dissesto programmato. Le partecipazioni statali nel sistema di consenso democristiano, mwax8Bari, Dedalo, 1992 ISBN 8-82206-115-2
• mwayiNico Perrone, mwaymEconomia pubblica rimossa, in mwayqStudi in onore di Luca Buttaro, vol. V, pp. 241-289, Milano, Giuffrè, 2002. ISBN 88-14-10088-8
• Massimo Pini, mwaycI giorni dell'IRI – Storie e misfatti da Beneduce a Prodi, Arnoldo Mondadori Editore, 2004. ISBN 88-04-52950-4
• mwayoMimmo Franzinelli, Marco Magnani. mwaysBeneduce: il finanziere di Mussolini, Milano, Mondadori, 2009. ISBN 9788804585930.
• mway4Piercarlo Ravazzi, "Le privatizzazioni del gruppo e la liquidazione dell'IRI. Valutazioni, orientamenti, alternative." (2014): 257-335.
Voci correlate
• mwaziIMI
• mwazqAlberto Beneduce
• mwazyGoverno Amato I
• mwazgIritecna
• mwazoIntersind
• mwazwFintecna
• mwaz4Politica economica fascista
• mwa0aPolitica industriale
• mwa0qPrivatizzazioni in Italia
• mwa0yProcesso SME
• mwa0gRomano Prodi
• mwa0oStoria economica d'Italia
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Collegamenti esterni
• Sito ufficiale, su archiviostoricoiri.it.
• citereftreccani-itIRI, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
• mwa1eFondazione IRI, su fondazioneiri.it. URL consultato il 27 dicembre 2005 (archiviato dall'url originale il 24 novembre 2005).
• mwa1mLe sentenze sulla SME, su ec.europa.eu.